Specializzazione delle attività commerciali o discriminazione dei clienti?
Tra le polemiche che sui social scaldano le nostre estati, ci sono le esclusioni nei ristoranti di certe tipologie di clientela.
I vegani si infuocano perché non trovano menù adatti a loro e che vadano oltre la pasta al pomodoro e l’insalata mista.
I genitori si infiammano perché non sempre i bambini sono ammessi in certi ristoranti.
I proprietari dei cani ci hanno fatto un po’ il callo ad essere esclusi in ogni dove, ma non per questo vengono meno al diritto di un’accesa polemica.
I ciclisti non li sopporta nessuno quando sono su strada, ma quando sono a tavola vanno d’accordo a tutti.
Poi ci sono i celiaci, gli intolleranti al lattosio etc.
“Se non è benvenuto il mio bambino (od il mio pelosetto) non avranno mai me ed i miei soldi”.
“Incompetenti, ignoranti”.
“Meritano di fallire tutti”, sbraitano coloro che probabilmente hanno un sicuro stipendio da impiegato statale.
Ci si aspetterebbe che l’uomo che mangia carne sia più aggressivo, così come in natura i carnivori lo sono rispetto agli erbivori; questo fino a quando non si incontra un vegano che si sente violato nei suoi diritti (sacrosanti per inciso) di mangiare ‘cruelty free’ in ogni posto ed momento.
Siamo in tanti, con esigenze diverse e spesso intolleranti… al prossimo.
Ho vissuto anni fa un esperienza paradossale: ho prenotato in un ristorante molto grande perché aveva una meravigliosa area giochi.
Accanto a noi un tavolo di persone anziane visibilmente infastiditi dalla presenza dei bambini. Tra una bestemmia e l’altra rimproveravano i camerieri per la confusione ed a loro volta i camerieri si lamentavano con i genitori ai tavoli; mentre tutti discutevano tra loro, quello che io non riuscivo a capire era perché quei signori in un ristorante così grande avessero deciso di stare vicino all’area giochi; e perché un ristorante che allestisce, al suo interno, un’area giochi, poi si lamenta se questa è frequentata da bambini.
Ma soprattutto perché tutti si scandalizzano per la confusione dei bambini (o per la presenza dei cani), e nessuno ha niente da ridire sulla presenza dei bestemmiatori?
Io per esempio sono intollerante ai bestemmiatori; ma teneteveli in casa oppure aprite locali dedicati interamente a loro e lasciate me, genitrice e proprietaria di cane, mangiare in pace in un ristorante vicino ad un’area giochi!
Ecco mi sono infervorata pure io!
Dev’essere per questo che molti esercizi commerciali ed alberghi hanno deciso di specializzarsi in un determinato tipo di servizo o di categorie di clienti.
Solo che qualcuno pensando di essere spiritoso e convincente appende cartelli perentori “divieto di accesso ai bambini”, “no vegani”, “cani si bambini dipende…”
Ed ecco che così scatta la rissa.
Per evitare questi incidenti diplomatici gli esperti di comunicazione hanno inventato nomi con più appeal, come “family friendly”, “pet friendly”, “gay friendly”, “eco friendly”, “vegan friendly”… Oppure “child free”
Quello che stona ed accende la polemica è la negazione, il divieto, oppure il disprezzo che vi è sottinteso.
Basta girare la frase e metterla in positivo e la magia è fatta.
A noi la scelta: possiamo andare in un locale pretendendo un servizio che l’esercente non è in grado di darci, e sentirci fuori luogo perché non graditi, oppure andare in un locale “qualche cosa friendly” fatto su misura sulle nostre esigenze e sentirci trattati da “re”.
Quest’estate dopo una minuziosa ed attenta ricerca sono riuscita a trovare un albergo all inclusive, family friendly e pet friendly. Ed aveva perfino un ricco buffet dedicato ai celiaci.
Wow 4 specializzazioni in 1!
Così il mio cagnone di 40 kg, grondante di bava e pelo lungo bianco, aveva ciotole d’acqua in ogni angolo, il buffet dedicato, una cuccia morbida (dimensionata su un barboncino toy ma come cuscino andava benissimo) e tutti lo consideravano bellissimo ed educato. Nessuno sguardo schifato.
I miei ragazzi sono stati nutriti come piranha, ed allietati con balli di gruppo in spiaggia, tornei di calcetto, trucca bimbi etc.
Nel frattempo io dopo anni ho potuto leggere un libro. Ma soprattutto non mi sono sentita mai fuori contesto, o in difetto.
Dicono gli esperti che la specializzazione migliori la qualità del servizio ed io credo di averlo toccato con mano.
Quello che mi dispiace nell’estremizzazione di certe affermazioni e di certi contesti, è l’altra faccia della medaglia.
Dobbiamo per forza confinarci in un locale “a noi friendly” per sentirci a nostro agio e non giudicati?
Eh ma…, ci difendiamo, sono gli altri (sempre gli altri) che sono maleducati, irrispettosi, rumorosi, peloso, bavosi….
Educazione e rispetto dovrebbe essere la chiave di accesso, ma ancora ognuno ha la sua personale interpretazione di queste parole.
Considerata la nostra insuperabile intolleranza al prossimo, sarà sufficiente una specializzazione? Non sarà necessaria la specializzazione della specializzazione?
Mi immagino un albergo poodle friendly dove i Golden retriever non possono entrare. E non so se questa immagine mi piace.


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