L’uomo che guida con il cappello sono io!

Confessioni di una donna.

Mi sono messa finalmente in pari con me stessa, e faccio coming out sulla mia guida disastrosa.

La mia famiglia ed i miei amici conoscono già la mia natura, e ne ridono spesso; ma è arrivato il momento che io sia onesta con me stessa.

Non fraintendetemi, non sono per niente un pericolo sulla strada ( ho sempre guidato ovunque ed in qualunque situazione) ma ho compreso che la mia guida flemmatica potrebbe ostruire definitivamente le carotidi a chi mi incontra.

Nonostante il supporto del navigatore ho il senso dell’orientamento di Mister Magoo, e quando sono in macchina mi capita molto spesso di perdere la cognizione del tempo, dello spazio e soprattutto della strada.

Volete un esempio?

Vado a Verona almeno una sera al mese, da anni, sempre nello stesso posto; all’andata nessun problema, al ritorno ci fosse una volta che riesca a tornare a casa attraverso la stessa strada!

Mi perdo in una nebbia mentale tutta mia e tento ogni volta tragitti alternativi, mentre il navigatore ripete incessantemente “riformulo il percorso”.

Si stizzisce perfino la voce del navigatore.

Non parliamo dei parcheggi.

Vorrei parcheggiare l’Espace nei posti dove a malapena entrerebbe una Smart; ma non riesco a parcheggiare la Smart dove generalmente sosterebbe un camper lungo 8 metri.

Sabato scorso, a Trento, infilo via Gorizia; devo andare ad un takeaway situato in fondo alla via ed ovviamente vorrei parcheggiare il più vicino possibile; inizio ad andare a passo d’uomo almeno 400 metri prima, osservando attentamente i lati della strada alla ricerca di qualsiasi opportunità di parcheggio.

Lontano da me il pensiero che ci possano essere dietro delle macchine che hanno fretta e continuo la mia lenta guida, decisamente troppo concentrata nella ricerca del mio “tesssoro”.

Ad un certo punto proprio all’altezza del takeaway una macchina tenta un parcheggio.

Io rallento, rallento fino a fermarmi e tranquilla osservo le manovre di parcheggio e mi perdo in congetture:

“Riuscirà a parcheggiare?”

“Aspetto, perché se non riesce parcheggiare potrei provare a parcheggiare io;”

“però se non ci entra quella Passat io di certo non ci entro”

“cosa faccio? Aspetto ancora?”

Mentre mi perdo in questi ragionamenti, uno strombazzare frenetico mi trascina violentemente alla dura realtà: mi spavento, avanzo un attimo e poi mi fermo nuovamente.

Deve essere successo qualcosa di grave per fondere il clacson in quel modo; non si saranno mica spazientiti per la mia ricerca di parcheggio?

Nel frattempo, l’autista della macchina che con molta probabilità mi sta dietro dall’inizio della via, è esasperato e vedendomi nuovamente ferma senza alcun scopo apparente, riprende a suonare con insistenza.

In quel gesto tutta la sua rabbia, la sua frustrazione e la sua impotenza; sicuramente questa aggressività non dipende solo dalla mia guida flemmatica, ma credo di aver provocato l’innesco per una deflagrazione colossale.

Cosciente che la causa di tanta concitazione sono io, ma anche che sicuramente non ho investito né ucciso nessuno, riprendo la mia marcia cercando parcheggio altrove, ben più lontano dalla mia destinazione.

Nel frattempo la macchina dietro di me continua a seguirmi sfanalando e suonando.

Ma mentre mi immagino l’autista della macchina con gli occhi fuori dalle orbite e la bava alla bocca, ho avuto improvvisamente un’illuminazione: l’ormai iconico “uomo che guida con il cappello”!

Santo Cielo, l’”uomo che guida con il cappello” sono io!

Se non fosse così pericoloso avvicinarsi ad un uomo così frustrato ed incollerito, avrei certamente abbracciato e baciato quell’uomo che, con la sua reazione così esplicita, mi ha permesso di sbloccare il mio pensiero. Sono io! Sono io!

Avvisate tutti quanti, anche il mio ex marito l’”Ingegnere”, ditegli che ora ho capito e che gli chiedo scusa:

per tutte le volte che non sono scattata al semaforo appena diventato verde, liberando l’incrocio senza indugio;

per tutte le volte che mi sono fermata prevedendo un semaforo giallo che ancora giallo non era;

E naturalmente, mi dispiace anche per tutte le volte in cui ho girato intorno alla rotatoria tentando di contare esattamente le uscite, perché il concetto di “alla terza uscita” mi sfuggiva…

E chiedo scusa anche a voi per tutte le volte che mi siete stati dietro e vi ho rallentato.

Chiedo ancora una volta la vostra comprensione: il mondo viaggia a frequenze elevatissime ed io, almeno quando sono in macchina cerco di abbassare le mie, allontanarmi da quei ritmi angoscianti e frenetici, che non voglio mi appartengano.

Qui al sicuro, “nella mia scatola di latta”, mi concedo il lusso di resistere, prima di tuffarmi nuovamente nel frastuono della vita.

Lascia un commento

Comments (

0

)