(tratto da “Caccia al Killer” – Claudio Valdagni e il Trentino nella guerra contro i tumori)
Ho scritto questa riflessione nel 2010, quando ancora non avevo sperimentato il cancro sulla mia pelle.
Ora che ho vissuto il cancro anche dall’altra parte della barricata, posso solo confermare come sia devastante l’avvento di una malattia per tutta la famiglia: per chi è malato ma anche per chi gli sta accanto.
Stare vicino a chi combatte una malattia potenzialmente mortale è difficilissimo, non sarebbe da sottovalutare un supporto psicologico per tenere salde le fondamenta della famiglia.
“Malattie lunghe e dolorose come il cancro sconvolgono, come tornado, la vita delle persone che ne sono colpite e di tutti coloro che compongono le loro famiglie, travolgendo affetti, consuetudini, equilibri.
All’indomani della “fine”, ci si ritrova come superstiti di una grande e sconvolgente battaglia persa.
Il dovere morale di ricominciare vale e costa quanto una “rinascita” e spesso è altrettanto difficile e dolorosa.
Il cancro, questa malattia così diffusa, dalla quale molti guariscono, ma per la quale ancora molti, forse troppi, muoiono: nonostante i progressi della ricerca, nonostante i programmi di prevenzione.
Nel caso di mia madre, la diagnosi della malattia è equivalsa ad una sentenza di condanna a morte.
Un tumore rarissimo che non perdona; all’epoca trenta casi in trent’anni, nessun sopravvissuto.
Ricordo lo stupore dei medici nel leggere l’esame istologico: un caso di scuola, dicevano.
Ricordo lo smarrimento di mio padre quando uno degli oncologi interpellati, gli consigliò, con umana sincerità, di non fare nulla se non un lungo viaggio con mia madre, per passare gli ultimi momenti assieme in armonia.
Non ci accontentammo di un solo parere; ne ascoltammo cinque perché il papà non si arrese, lui non si arrendeva mai!
Dopo il responso di Trento, iniziammo molti viaggi della speranza, con la cartella clinica della mamma ed i “vetrini” con gli esami istologici: MD Anderson di Huston, Istituto Nazionale dei tumori di Milano, un consulto con il luminare Prof. Pier Giuseppe Cevese, l’ospedale di Aviano, tante speranze ed attese, ma sempre la medesima risposta; finché non trovammo un medico che ci propose un protocollo di Chemioterapia particolare, che non prometteva la guarigione, ma avrebbe fatto guadagnare tempo.
Guadagnare tempo e sconfiggere per un po’ le statistiche, nulla di più.
Quando ti dicono che in base alle statistiche hai un anno di vita al massimo, anche un giorno in più fa la differenza.
L’uomo, anche quando crede nell’immortalità dell’anima, difficilmente si arrende alla morte.
Fu così che mia madre iniziò la sua personale battaglia contro il tempo ed il cancro; e noi con lei.
La nostra vita si è quasi arrestata per due anni, congelata, tutto girava attorno a mia madre ed alle sue cure.
Mio padre organizzava visite, consulti, con la stessa determinazione e caparbietà con cui gestiva la sua azienda; io dedicavo le mie giornate a lei, abbandonando momentaneamente gli studi universitari.
Così come mia madre per nove mesi ed oltre mi aveva accompagnata nel mio viaggio di andata alla vita, io la stavo accompagnando nel suo viaggio di ritorno.
Per quanto a volte fosse doloroso ed estenuante, io avevo bisogno di starle accanto e di occuparmi di lei ogni istante, per potermi emancipare ed abituare, anche affettivamente, alla sua assenza.
Anche se avevo 21 anni, e non ero certo una bambina, mi sembrava impossibile vivere e crescere senza di lei.
Mia madre si arrese dopo due anni e mezzo, superando di un anno e mezzo le statistiche relative al suo tipo di cancro.
Se con il tempo ci eravamo abituati all’idea della morte, quello che veramente non riuscimmo mai ad accettare, fu la sofferenza che la malattia provocava e la nostra impotenza di fronte a tutto ciò.
Ricordo notti insonni ad assistere a crisi che nessun antidolorifico sembrava alleviare; io e mio padre ci guardavamo negli occhi senza sapere cosa fare.
Mio padre, che era forte, che sempre sapeva che cosa fare, mio padre che quando ero bambina credevo avesse la “magia”, perfino mio padre in quei momenti non sapeva cosa fare e guardava me, come per cercare conferma e conforto.
Devo a questo periodo le basi per la nascita di un rapporto profondo tra mio padre e me; non più un padre e la sua “piccolina”, ma due adulti ed alleati.
Mesi di vita e sofferenza vissuti in più da mia madre, rispetto a quanto ci era stato prospettato, veramente fecero la differenza?
Senza voler aprire un dibattito filosofico sul significato della vita, noi ci consolammo pensando che quel po’ di tempo in più le permise di assistere con gioia alla nascita della sua nipotina Arianna, di vivere altri momenti festosi con la sua famiglia e di congedarsi con coraggio e dignità dal mondo.
Il dolore unisce ed il dolore separa; e nei primi anni dopo la sua morte sembrava non riuscissimo più a capirci, come se non ci fossimo mai amati!
Ognuno di noi rivendicava il primato del proprio dolore (qual’è il lutto più grave? Quello del marito o quello della figlia?) e pretendeva di essere capito.
Ignoravamo che nel dolore ci si sente soli anche nel posto più affollato, che l’elaborazione è un lavoro molto lungo che va fatto in solitaria autonomia con il proprio essere.
Toccammo il fondo e ritrovammo il coraggio di ricominciare da capo; con il tempo il dolore si attenuò e sbiadirono i ricordi più brutti, lasciando spazio ai ricordi dei momenti più sereni e dolci.
Il ricordo del coraggio di mia madre fu per me un grande esempio.
Ripenso quando in ospedale, dopo ogni intervento, mi guardava e diceva “questo non è posto per me voglio tornare a casa mia” e così con un’incredibile forza di volontà si imponeva di reagire per poter essere dimessa quanto prima.
La sua voglia di vivere era tale che spesso aveva un aspetto più sano del mio.
Ancora oggi a distanza di anni, nei momenti di difficoltà, mi guardo allo specchio e mi esorto a ricordarmi di chi sono figlia, pensando ai miei genitori, al loro coraggio ed alla loro vitalità.
Il giorno dopo il cesareo, nei giorni più felici della mia vita, guardai sorniona la mia splendida creatura e dissi “questo non è posto per noi, torniamo a casa!”, mi alzai un po’ dolorante ed appoggiandomi alla culla iniziai a camminare.
Da qualche parte, ne sono sicura, mia madre ha sorriso.”

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