Tutta la verità sulle recite scolastiche

Arriva il periodo più pesante dell’anno: quello delle recite a scuola!

In questi frangenti la mia inadeguatezza come madre viene messa in particolare risalto.

Quest’anno sono molto felice: Francesco, il mio figlio più piccolo, è in quinta elementare, e quindi quella di oggi, sarà per me, l’ultima recita che dovrò affrontare.

Ma cosa c’è che non mi piace delle recite e degli spettacoli a scuola?

La risposta è semplice: tutto!

In primo luogo, se sei la madre di un bambino “trasparente” (termine che definirò in un’altra occasione), la peggiore situazione in cui potresti esporre tuo figlio è proprio un palco.

Per otto anni, dall’asilo alle elementari, ho visto uno dei miei figli diventare pallido, etereo e bloccarsi in posizioni innaturali: un po’ come Bambi sul ghiaccio.

In una dialogo telepatico, tra me e lui, continuavo a ripetergli “ti prego respira”, “respira”, “respira”…

Mentre lui sillabava ritmicamente nella mia testa “POR-TA-MI VI-A DA QUI SU-BI-TO!!!”

Anche se con Francesco la situazione è migliorata, perché lui, in confronto al fratello, è un animale da palcoscenico, rimane il fatto che la mia inettitudine in queste occasioni è ai massimi livelli:

1) confesso, non ho mai letto con molta attenzione le comunicazioni dell’insegnante riguardo all’abbigliamento da mettere ai bambini il giorno dello spettacolo;

2) quando le leggo, comunque non presto sufficiente attenzione e quasi mai i miei figli si sono presentati vestiti come da richiesta;

3) ogni volta arrivo a scuola con la batteria del telefono al 3%, insufficiente per fare anche solo una foto;

4) anche se la batteria fosse ok, non farebbe differenza: ho un talento particolare nel fare fotografie orribili;

5) distratta, miope, e tecnologicamente inetta, faccio foto a caso nella mischia, per poi scoprire che per due ore ho fotografato, salutato ed applaudito il figlio di qualcun altro;

6) se non bastasse, anche la scelta della location contribuisce a rendermi lo spettacolo indigesto; anche se capisco che nella nostra zona non esistono strutture che possano ospitare in sicurezza genitori e nonni di tutti i bambini, è praticamente impossibile resistere due ore in punta di piedi, schiacciata come una sardina, sugli spalti di una palestra.

Ma il massimo della tragedia è stata quella volta in cui l’asilo ha organizzato la festa all’aperto. (ed il Covid ancora non c’era).

Il 20 dicembre di qualche anno fa, cielo plumbeo e tanto vento. (ci tengo a sottolineare che il vento che soffia nel comune di Nago-Torbole è secondo solo a quello del Polo Nord!)

Al ventesimo minuto correvo lungo il perimetro del prato come i calciatori prima di entrare in campo; al trentesimo minuto abbracciavo i camini di sfiato del riscaldamento, neanche fossero i miei migliori amici.

Dopo un’ora, avrei rinnegato i miei figli, fuggendo ai Tropici, se mio marito, “l’Alpino”, non mi avesse prontamente incatenato ad una panchina.

Ora, non fraintendetemi, non sono un Grinch a tempo pieno; infatti, nonostante tutto quello che penso dei saggi e di altri eventi simili, tutti gli anni ad un certo punto si manifesta il miracolo.

Lì, stretta in una folla compatta, mi sorprendo a tremare e piangere guardando più di 100 bambini cantare e ballare, con l’entusiasmo che solo loro possono avere.

Ecco che tutti i nodi si sciolgono e fa capolino quel sentimento puro che si chiama amore! Quell’amore che ti fa anche amare ciò che odi di più. Quell’amore così intenso e unico che ti fa vibrare solo a sentire la parola “mamma”.

Mannaggia! Anche quest’anno ci sono cascata, anche quest’anno ho pianto.

Ora venite a slegarmi, sono ancora ammanettata, questa volta alla porta di sicurezza della scuola.

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