Sabato sera, il fast food è pieno di ragazzi energici e rumorosi.
Li osservo, gli adolescenti di oggi, mentre si muovono fieri e baldanzosi: elastici alti della mutanda con marchio griffato in bella vista, giubbotto bomber a nascondere un fisico che ancora non c’è; cellulari giganti, più grandi della loro faccia.
Si mostrano le firme a vicenda come fossero trofei di qualche importante torneo.
Mentre li guardo penso: “tra tutti questi, quale è il leader, il capo branco? E quali sarebbero i gregari e le vittime?
Ogni gruppo, ogni classe, ogni squadra ha il suo capro espiatorio, il pollo da strizzare. Perché è troppo magro o grasso, perché ha l’apparecchio ai denti o perché ha difficoltà a scuola, o perché semplicemente è troppo bravo.
Cosa li distingue l’uno dall’altro, la vittima dal carnefice?
A me sembrano tutti brutti uguali, con i loro nasi sproporzionati rispetto al resto del viso, l’inizio di acne, quell’accenno di peluria sul labbro e l’inconfondibile odore da adolescente.
Nel gioco dei ruoli della vita, il mio adolescente è la vittima; lotta con il coraggio di un leone, per affermarsi e distinguersi, ma non sembra riuscirci; non vuole più essere considerato un “trasparente” ma nemmeno essere continuamente preso in giro; più si ribella e più viene messo alla gogna.
Quando torna a casa dopo la scuola, spesso ha la delusione e la frustrazione che gli fuoriescono dagli occhi; scoraggiato, accenna qualcosa ma non racconta tutto: è sempre un maschio, non può scoprire tutte le sue ferite.
Altre volte la sconfitta brucia amaramente “li odio tutti quei maledetti” grida tutto rosso in volto e prosegue con un elenco di epiteti irripetibili.
Freno l’istinto materno che porterebbe ad incenerire con il solo pensiero quei bulletti da strapazzo.
Altre volte, cerca di mimetizzarsi tra i suoi aguzzini chiedendomi di comprargli un giubbotto uguale al loro, enorme e costoso.
So che desidera disperatamente sentirsi parte del gruppo, e lo capisco: non è facile essere diversi a tredici anni. Ma non mi lascio tentare dai suoi capricci: spiego a mio figlio che essere diversi non significa essere inferiori o sfigati. Anzi, saper essere sé stessi è una forza, non una debolezza.
Capisco che sono ragionamenti che non possono consolare un tredicenne che cerca solo di essere accettato dalla massa; ma insisto lo stesso perché voglio che impari ad essere orgoglioso di sé stesso e delle sue peculiarità.
I ragazzi non hanno ancora il senso di superiorità che si assume da adulti; il “meglio soli che male accompagnati” non vale a questa età.
Mentre le istituzioni si dilettano a discutere di didattica inclusiva, noto con rammarico che molti insegnanti si mostrano rassegnati, come se non fosse possibile cambiare, figuriamoci migliorare, la situazione.
E così mi chiedo: “Questi sono gli uomini e le donne del futuro?”.
E quelli del presente? Siamo sicuri che siano migliori?
Mi riferisco a quegli individui che fiutano l’insicurezza degli altri, come un lupo che annusa la preda, e ne approfittano per aggredire, denigrare e umiliare chi non ha la forza o la posizione sociale per difendersi.
Penso a coloro che cercano di nascondere il loro complesso d’inferiorità dietro una divisa, una cattedra o un ruolo di rilievo.
Come si sono comportati questi individui da adolescenti? Erano vittime, bulli o indifferenti?
Cambiamo scenario: ci troviamo ora a casa e stiamo studiando chi sono i “profughi”: “persone costrette ad abbandonare il proprio Paese a causa di eventi bellici, persecuzioni politiche o razziali, o anche di calamità naturali, per cercare protezione in una zona più sicura del proprio Stato di appartenenza; ad esempio: afgani, siriani, ucraini…”.
Segue un lungo silenzio.
“Ora capisco perché i miei compagni ‘Pinco e Palla’ sono così crudeli con me: forse sono arrabbiati perché hanno dovuto lasciare la loro casa, i loro giochi, i loro amici, e hanno bisogno di sfogarsi”.
Annuisco con la testa e rimango in silenzio.
“Però non riesco a capire perché quell’altro mio compagno, che è italiano ed ha una famiglia, continui a comportarsi così male con me. Lui che problemi ha invece?”
Ancora una volta sono senza parole, ma allo stesso tempo orgogliosa del mio giovanotto che, inconsapevolmente, sta dimostrando grande forza e coraggio trasformando i suoi punti deboli in punti di forza: ogni giorno affronta le sue paure e accetta nuove sfide.
Lasciandolo studiare da solo, mi immergo di nuovo nel mio libro.
“Volevo che tu imparassi una cosa: volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo col fucile in mano. Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente, e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda.”
dal libro “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee

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