Si scrive decluttering, si legge sgombero dalle nostre case e dai nostri armadi di ciò che non ci serve e che non usiamo più.
Mi spingo un po’ più in là ed oso dire che il decluttering dovrebbe essere il processo di eliminazione di tutto il superfluo dalle nostre vite e dalle nostre menti.
Siamo dei maestri nell’accumulare, mentre dovremmo mantenerci all’essenziale in ogni campo.
I vecchi tubini taglia 42 conservati gelosamente nell’armadio: perché non si sa mai potrebbero tornare di moda e potrebbero stare ancora bene; come se potessimo passare dalla taglia 46 alla 40 con tocco di bacchetta magica!
I giocattoli dei bambini oramai cresciuti e tutti i loro vestitini (con quell’alone di rigurgito oramai indelebile!); anche quelli non si sa mai potrebbero tornare utili! Ma a chi?
Conserviamo tutto!
Le nostre cantine ed i nostri garage sono ingombri di scatoloni ammuffiti e polverosi, pieni di beni che non utilizzeremo mai più.
Olè! Finché c’è spazio accumuliamo! Occupiamo ogni pertugio al suono del “non si sa mai un giorno potrebbero servire!”
Come riempiamo gli armadi e le cantine di cose inutili, così riempiamo la nostra vita e la nostra mente di ricordi pesanti ed ingombranti.
Dal 1997 al 2006 ho fatto 7 traslochi! Praticamente una nomade!
Non si usava ancora il termine “decluttering”, ma io ero già una campionessa in questa pratica tanto utile, quanto liberatoria.
Consapevole dell’immenso sforzo in termini di tempo e denaro che richiede riempire, trasportare e svuotare scatoloni, ho imparato a liberarmi di ciò che non mi serviva.
Preferisco tuttora concedere una nuova vita alle cose che un tempo mi appartenevano, donandole ad amici, cooperative, comunità… e solo in circostanze eccezionali le butto in discarica.
Con l’ultimo trasloco ho realizzato qualcosa di importante: nonostante i buoni propositi di cui sopra, per anni ho trasportato con me un’infinità di oggetti, libri ed elettrodomestici legati alla mia famiglia e alla mia vecchia casa.
Ma questi oggetti non erano più rappresentativi di chi ero diventata.
Esempi di oggetti che ho imballato e sballato innumerevoli volte senza quasi mai utilizzarli:
-un grande tagliere di due metri per uno, con il suo mattarello per stendere la pasta;
– un dispositivo infernale dotato di manovella, per la produzione di pasta fatta in casa e tagliatelle;
– uno strano marchingegno per la passata di pomodoro;
– un piatto ovale da un metro per il pesce;
– cinque anni di riviste “La Cucina Italiana”, oltre ad una buona quantità di “Sale e Pepe” e “A tavola”;
– la macchina per fare il pane.
Tutte cose che praticamente non ho mai usato.
Nonostante la mia passione per la cucina e per ospitare amici, tutti quegli oggetti appartenevano a una donna diversa da me. Forse simile alle mie nonne o alle mie suocere, ma non a me. Con il tempo, mi sono sentita sempre più distante da quel modello di donna e con quell’ultimo trasloco ho preso la decisione estrema di liberarmene.
Tutto ha trovato nuova vita grazie ad altre persone che hanno saputo apprezzarle.
È rimasto solo il piatto da portata per il pesce, parte di un prezioso servizio di Ginori di mia madre e tuttora in attesa di una possibile cena di pesce.
Nonostante ciò, in quasi 18 anni di fissa dimora, ho riempito di nuovo un garage e un magazzino.
Mi sono deresponsabilizzata lo ammetto!
Ogni cambio di stagione, ho semplicemente consegnato delle scatole a mio marito, senza preoccuparmi della loro destinazione finale.
Quindi indirettamente era lui ad accumulare non io.
È come se tutto fosse finito per un certo numero di anni nel buco nero dell’oblio; fino alla scorsa settimana, quando “facendo di necessità virtù”, mi sono trovata a dover vuotare un intero magazzino.
Fatica a parte, è stato come aprire il vaso di Pandora; sentimenti e ricordi impacchettati e tenuti sottovuoto con la naftalina, sono usciti vorticosamente e mi hanno scosso per giorni.
Le lettere che scrivevo ai miei genitori da bambina, gelosamente custodite da mio padre nelle sue agende, sono riemerse dalla polvere insieme ai suoi appunti minuziosi. Riconoscere la sua calligrafia, scorgere il mio nome scritto a caratteri cubitali insieme a delle righe trasversali che tracciava sulle date in cui sapeva che sarei andata a trovarlo: in quei giorni non avrebbe preso nessun impegno, tornava a casa la sua bambina.
I vestiti che mai più potrò utilizzare, per sopraggiunti limiti di età e di taglia; l’attrezzatura da sub, da sci e da equitazione, simboli di un passato che non tornerà mai più.
E alla fine eccola lì, quella scatola che credevo di aver gettato via ma che invece sopravviveva ancora: la scatola contenente le fotografie del mio primo matrimonio.
Mio Dio! Quale forza misteriosa agisce sulla mente umana? A che pro conservare le foto di un matrimonio, fallito, dimenticato superato?
E questo mi ha fatto venire in mente, che da qualche parte, nascosto in qualche armadio c’è ancora il vestito di quel matrimonio.
Un meraviglioso quanto semplice vestito a sottoveste di Armani, in seta, con una sensuale scollatura sulla schiena.
Inizialmente so di averlo conservato perché avrei voluto tingerlo di nero ed usarlo come abito da sera; e poi?
Perché l’ho conservato?
Forse perché non occupa posto?
Forse perché con quel che è costato, sarebbe immortale, quasi illegale, gettarlo nel cassonetto?
Chi regalerebbe mai un vestito di un matrimonio naufragato?
Qualsiasi fosse stata la ragione, quelle foto, quel vestito e tutte le altre cose erano lì a ricordarmi, i miei errori ed i miei fallimenti.
Quella che ero e che non sono più.
Quella che avrei voluto essere e non sono mai stata.
Quella che secondo qualcuno avrei dovuto essere, ma non ho voluto essere.
Il Giudizio Universale in un istante!
Ma non ne sono uscita sconfitta e nemmeno sopraffatta. (Forse un po’).
Ho fatto un radicale decluttering mentale di pensieri e ricordi, riempito un cassonetto di cose inutili e regalato quello che si poteva ancora regalare.
Ed ho lasciato andare!
Ho dato il via al decluttering mentale.
È importante vivere nel presente e andare avanti, perché il passato è passato e non tornerà mai più.
Ringraziamo il nostro passato e perdoniamolo perché è grazie ad esso che siamo diventati ciò che siamo oggi, ma non ci deve impedire di avanzare nella vita.
Perdoniamo noi stessi.
Non restiamo legati ad idee e ricordi che pesano sulle nostre vite come macigni.
Facciamo spazio, eliminando ciò che ci trattiene nel passato, nelle nostre case e nei nostri cuori per lasciare spazio a nuove opportunità e possibilità nella nostra vita.
Se non lo facciamo, la vita continuerà comunque ma saremo così avvolti dalle nebbie del passato che non potremo mai apprezzare il presente, né vedere ciò che potrebbe accadere.
Focalizziamoci sulla persona che siamo adesso, anziché rimpiangere chi eravamo o avremmo voluto essere.
Tali pensieri rappresentano solo un’ingente perdita di energie, che ci impediscono di guarire e di andare oltre.
Nessuno può tornare indietro e incominciare un nuovo inizio, ma chiunque può partire oggi e creare un nuovo finale… (Karl Barth).
E dunque al via, per creare un nuovo finale!
Immagine di gpointstudio su Freepik

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