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L’insegnamento della violetta

Nei momenti di estrema felicità chiudo gli occhi per un istante e ringrazio.

Quando invece va tutto storto mi fermo e chiedo un “segno”.

Il mio istruttore di vela mi diceva sempre se non “va tutto liscio come il burro” fermati e domandati il perché.

Lui si riferiva alle cime ed alle vele, ma io ho imparato ad usarlo come insegnamento di vita.

Quando tutto sembra andare alla deriva, invece di continuare a correre come “un criceto nella ruota” (altra affermazione del mio amico velista), mi fermo e cerco di capire il perché.

Forse dipende dalla mia fede cristiana, o dalla mia convinzione che siamo un tutt’uno con l’universo. In ogni caso cerco un segno, un qualcosa che mi indichi l’errore, o mi rassereni sul fatto che, nonostante il caos, tutto tornerà al suo posto.

Quattordici anni fa, dopo aver perso mio padre, ero nella confusione più totale; oltre al dolore immenso per la sua morte, dovevo fronteggiare tutti i problemi e le difficoltà che avvengono quando qualcuno muore senza preavviso.

In una delle tante crisi di nervi che mi vennero in quel periodo mi rivolsi ad una foto di mio padre “ma cosa ti è saltato in mente di lasciarmi in queste condizioni?”

Improvvisamente, proprio davanti alla vetrina del mio ufficio, è apparso un buffo gabbiano; non si era mai visto un gabbiano passeggiare da queste parti e nemmeno ne ho mai visto uno negli anni a seguire.

Il pennuto si affacciava alla mia vetrina, girava attorno alla piazza e sembrava cercare qualcuno.  Poi è volato su un muretto dove è rimasto fermo per un bel po’ di tempo.

Sono uscita dall’ufficio, affascinata da quella visita insolita.

Il gabbiano sembrava guardarmi negli occhi e chiedermi: “Cosa ti preoccupa tanto? Perché sei così agitata?”

Ha atteso finché non iniziai a calmarmi ed infine, come era venuto, se n’è andato lasciandomi sola.

Eccolo il mio segno.

Certo non avevo ricevuto nessuna soluzione, quella dipende sempre da noi, ma quel curioso gabbiano mi aveva aiutata a calmarmi; tutto era come doveva essere, non dovevo fare altro che accettarlo.

Da allora non ho perso l’abitudine di cercare qualche segno nell’immensità del creato che mi circonda.

I segni e le risposte ci sono sempre, ma bisogna aver occhi per guardare ed orecchi per ascoltare.

Qualche giorno fa, parlando con alcune bambine del gruppo della prima comunione, sull’importanza della gentilezza, ho ascoltato le loro opinioni.

Una di loro mi ha detto di essere gentile con le compagne di classe, ma non con i maschi, perché sono antipatici.

Un’altra invece, mi ha confidato di essere gentile con tutti, tranne che con Oreste, che la tormenta tirandole sempre i capelli.

E ancora, un’altra ha detto di essere gentile con tutti, ma che a volte le manca la pazienza.

“Con alcuni bambini non serve essere gentili, saranno sempre cattivi e non cambieranno mai”, ha sostenuto un’altra bambina.

Ho iniziato a spiegare loro che dovremmo riuscire ad essere gentili sempre con tutti, ma mi sono resa conto di non avere tutti gli strumenti per farlo, visto che non sono né insegnante né catechista.

Come tutte le volte in cui non ho la possibilità di esprimere per esteso quello che penso, anche questa volta l’argomento gentilezza, continuava ad assillarmi.

Così passeggiando con Tiger la mattina, parlavo un po’ da sola ed un po’ con lui, affrontando l’argomento.

Il problema principale per me era il seguente: come posso spiegare ad un bambino di 10 anni, l’importanza della gentilezza nei confronti degli altri, anche con chi non lo è, se io per prima non riesco ad esserlo al 100%?

Non mi è difficile essere cortese o generosa con le persone; ma mi capita di essere spesso circondata da persone aggressive ed arroganti (le attiro come una calamita), che hanno come passatempo preferito quello di sfogare su di me tutti i loro complessi; è difficile non reagire di fronte a queste situazioni e continuare ad essere comprensivi, soprattutto quando mi colgono alla sprovvista o colpiscono uno dei miei punti deboli.

Il fatto di mostrarmi gentile è davvero un buon esempio da seguire o dimostra solo la mia debolezza e la mia incapacità di relazione con gli altri?

Non importa, continuo con il ragionamento, se agli occhi di qualcuno sembro debole: in fondo la gentilezza è la mia inclinazione naturale e la caratteristica del mondo in cui vorrei vivere.

Con certe persone, tuttavia, sembra che la gentilezza non produca alcun effetto, come seminare sul cemento…

Avrei potuto continuare così all’infinito con le mie elucubrazioni (altrimenti note come seghe mentali), mentre il mio fedele amico cercava il posto migliore per la sua pisciatina mattutina.

Ma all’improvviso, qualcosa ha attirato la mia attenzione proprio nel luogo in cui il cane aveva deciso di fare i suoi bisogni: in mezzo all’asfalto, tra mozziconi e immondizie varie, è cresciuto un meraviglioso bouquet di violette.

Ancora una volta, il segno era lì, con tutta la sua ironia.

Ecco la morale della favola (che non potrò però raccontare alle bambine):

“Continua a seminare quello in cui credi, ed arriverà il momento in cui il tuo esempio darà i suoi frutti. Continua a brillare come sei, seguendo la tua natura; non importa quante volte i cani ti pisceranno sulla testa, tu sei la violetta che riesce a sbocciare in mezzo all’asfalto.  Non c’è pisciata di cane che possa minare la tua bellezza.”

Con una risata ho dato una spinta a Tiger: “lascia stare le violette andiamo, per una volta, farai la pipì sul bosso”.

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