Ognuno ha le proprie paure, il proprio tallone d’Achille.
Anche io non faccio eccezioni.
Magari avessi un solo punto debole, sarei un Supereroe della Marvel; ne ho tanti ed ho imparato a conviverci e, a volte, a gestirli; sono i miei demoni.
C’è un punto particolare che mi atterrisce: il dentista.
Ho una soglia del dolore elevata; con il cancro e le chemio ho sopportato qualsiasi cosa, mi sono fatta medicazioni di ogni tipo, ho imparato a farmi le iniezioni da sola.
Ma il solo pensiero della poltrona del dentista mi annichilisce.
Quando è stato il momento che anche i miei figli frequentassero questi ambienti, mi sono documentata a lungo: non volevo trasmettere loro le mie paure, ma so quanto possano essere impressionabili i bambini in generale, e quanto lo sono i miei; ci voleva qualcuno che oltre ad essere bravo professionalmente, avesse un modo di agire ed un ambiente lavorativo adeguato.
Ho cercato ed ho trovato: è stata una grande soddisfazione vedere i ragazzi andare ed uscire dall’ambulatorio in tutta normalità.
Se è un posto adatto ai mei figli, allora va bene anche per me, ho pensato.
Così quando è arrivato il momento di affrontare alcune spiacevoli vicissitudini dentistiche, mi sono messa nelle mani dello stesso team di professionisti.
In un anno, per un problema o per l’altro mi sono seduta su tutte le poltrone dello studio dentistico.
“Ti manca la parte chirurgica”, scherza l’assistente alla poltrona; sgrano gli occhi impietrita “anche no!” provo a dire con la bocca forzatamente aperta grazie a tutti i loro marchingegni.
Oggi toccava rifare una vecchia otturazione, quindi niente di terribile e doloroso, ma ho avuto bisogno di tutta la mia buona volontà per prepararmi mentalmente: ho lavorato fino all’ultimo istante, ho percorso la strada a meno di 26 km/h, nonostante non ci fosse traffico né limiti di velocità particolari; ho girato a lungo nel parcheggio sotterraneo, fino a trovare un posto riservato alle donne, nella posizione più comoda per fare meno manovre possibili; mi sono avviata a piedi piano piano, ho salito le scale, un gradino alla volta (e non a due a due come tendo a fare in altre occasioni); una volta entrata sono sprofondata nella poltrona della sala d’attesa.
Ho incrociato lo sguardo della segretaria, nella speranza mi dicesse che ho sbagliato giorno, settimana o addirittura mese.
Non mi sono scomposta del ritardo della dottoressa, e mi sono concentrata solo sulla respirazione.
“Ciao, come stai? Hai avuto problemi dopo l’ultimo incontro?”
Soliti dialoghi di routine.
La dottoressa esamina con interesse le mie vecchie lastre, cercando segni di peggioramento, ed intanto io mi chiedo come possa piacere un lavoro che richiede di guardare le bocche malandate delle persone.
E per fortuna che siamo tutti diversi nei gusti e nelle passioni! Altrimenti che si prenderebbe cura di me?
Cerco di rilassarmi, ma inutilmente. Ad un certo punto, vedo entrare nella mia bocca quell’enorme siringa, e non riesco a trattenermi: blocco la mano della dottoressa “aspetta, aspetta, cosa stai facendo?
A quel punto la dottoressa vorrebbe fulminarmi, ma tra occhiali e lampade non riesco ad intravvedere la sua espressione.
Con calma, mi ripete l’intera procedura, finché, con molta riluttanza, non lascio la presa.
“Rilassa la lingua, a destra; ho detto a destra non a sinistra; in alto, non in basso; ho detto in alto…”.
Cerco di ubbidire e di rilassare i muscoli, ma anche nei giorni normali sono rigida come uno stoccafisso e confondo la destra con la sinistra; dovrei essere diversa in questa situazione?
Vado avanti così ancora per un po’, finché decido di affidarmi alle vibrazioni della voce: ci sono infatti persone che hanno un timbro di voce eccezionale; qualcuno come dote naturale, altri l’hanno sviluppato dopo corsi specifici.
Il punto è che se ti lasci guidare dalle giuste vibrazioni ti puoi calmare, e certe voci hanno la stessa funzione.
Immaginate Luca Ward, il doppiatore di Russel Crowe ne “il Gladiatore”; avete presente quando dice “al mio cenno scatenate l’inferno”?
Ora immaginate lo stesso timbro di voce: “se senti dolore, fai un cenno con la mano e mi fermo.”
(se preferite, potete anche immaginare direttamente Russel Crowe che vi trapana un dente e Luca Ward come suo assistente alla poltrona).
La mia dentista non è Russel Crowe e nemmeno Luca Ward, ma ha comunque una voce guida meravigliosa; quindi, dopo qualche resistenza chiudo gli occhi e mi lascio andare.
Addirittura, mi addormento.
Una volta finito tutto, ho il coraggio di chiedere: “Già finito?”
“Sì, per oggi abbiamo finito. Ci vediamo tra tre mesi per i soliti controlli.”
Ancora un po’ disorientata dall’eccesso di relax, esco dallo studio ripromettendomi di sconfiggere il mio demone prima del prossimo appuntamento.
Esco dallo studio ed inizio una nuova avventura.

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