I figli sono dell’Universo, non ti appartengono.
Li generi e li consegni al Mondo. (Chissà se questo è il vero significato dell’espressione “mettere al Mondo”).
Ti appartiene un borsa, un oggetto, una casa; i figli no, non ti appartengono.
Con il tuo corpo crei il loro, fungi da incubatrice, per un po’ li nutri, li lavi e li vesti; ma devi essere pronta a lasciarli andare.
Così come insegni loro ad andare in bicicletta, così dovrebbe essere la vita.
Tienili saldamente al sellino per un po’, e poi ad un certo punto, lascia che vadano via! Rimani a guardare mentre si allontanano, pedalano, corrono liberi e felici, da soli!
Cadranno, si faranno male, ma si rialzeranno.
Non puoi proteggere ogni metro del loro percorso con materassi e paracolpi, perché la vita è anche questo: cadere, farsi male e rialzarsi e poi ricominciare.
E prima imparano ad essere indipendenti ed autonomi meglio è.
Bella la teoria, vero?
Credo fermamente in tutto ciò che ho appena scritto.
Ma il passaggio dalla teoria alla pratica è sempre differente, soprattutto quando si parla di figli.
È inevitabile commettere errori; e nel tribunale della vita, non sono perdonati nemmeno quelli commessi in buona fede.
Dov’è il manuale?
Finora sono andata ad istinto.
Giorgio aveva 8 anni, quando ha iniziato a voler andare a fare la spesa da solo.
Perché dirgli di no?
Perché dovrebbe essere considerato troppo grande per dormire nel lettone, ma ancora troppo piccolo per fare delle commissioni da solo?
Così ho deciso di fornirgli la giusta dose di istruzioni e poi gli ho dato il permesso di andare; le prime volte l’ho pedinato nascondendomi dietro le siepi e le macchine.
Poi ho smesso.
Quando è stato il turno di Francesco, tutto è stato più naturale e non ho sentito più il bisogno di spiare tra gli scaffali del supermercato.
Dicono che con i secondi figli è tutto più semplice.
Quindi forse la vera questione non è tanto se, e fino a quando, proteggere i nostri figli; ma quando saremo abbastanza forti per superare loro nostre paure, e le aspettative che abbiamo per i nostri figli.
Il fatto è che, nella concezione comune, un bravo genitore è colui che aiuta con i compiti, difende il proprio figlio a spada tratta anche quando è evidente che ha torto, cucina, lava, stira per i figli e persino per le fidanzate dei figli, fino alla morte.
Se non lo fai, dimostri di non avere una buona genitorialità e sei anche abbastanza egoista.
Questo è profondamente sbagliato.
Lo so, è facile ragionare così quando i figli sono ancora piccoli e non hanno la capacità di prendere decisioni autonome o di sviluppare un pensiero proprio, un’identità definita.
Ma se crescendo, nel nel disperato tentativo di affermarsi, iniziassero a sviluppare pensieri e comportamenti differenti dai nostri? se diventassero il contrario di quello che avremmo voluto o sperato?
Se si innamorassero della persona sbagliata?
Se frequentassero le compagnie sbagliate?
Se non sviluppassero appieno i loro talenti?
Cosa faremmo in quel caso? Cosa farò io? Resterò coerente?
Li lascerò andare comunque? Lascerò che le cose vadano?
Riuscirò ad affrontare tutto con la stessa filosofia con cui ho dato loro il permesso di andare al supermercato?
Non lo so! Questa parte della vita non l’ho ancora vissuta.
Oggi per esempio sono davanti alla scuola media di mio figlio!
Sono emozionata come non mai per questo SUO nuovo traguardo raggiunto!
I suoi esami di terza media!
Sono i suoi esami di terza media, ma ieri sera ho detto “nostri”.
Che dramma! Ho detto “abbiamo l’orale”! Se solo Crepet fosse stato nella stessa stanza, mi avrebbe strappato un orecchio.
Mi sono impegnata per 14 anni al distacco, a stare a fianco dei miei figli e non davanti; a combattere con loro le loro battaglie, ma senza prendere il loro posto.
Ho ascoltato il loro dolore e paure, ho asciugato lacrime, impegnandomi sempre a non confondere i ruoli.
Ma ieri mi sono sbagliata ed ho detto “abbiamo l’orale”.
Mondo, concedimi questo errore; permettimi di essere “mamma” per oggi (e magari anche per altre due o tre occasioni), invece di essere solo un’”incubatrice”.
Ed ora sono qui sulle scale della scuola ad aspettare la sua uscita, ho spiato da una finestra ed ho pure origliato dalla porta.
Non c’è paura nei miei pensieri di fallire, non c’è ambizione per un risultato, c’è solo amore; un amore forte e profondo.
Mia madre spiegava tutto questo con “il cordone ombelicale”: secondo lei c’è una parte invisibile che non viene tagliata alla nascita; ed è questa parte che crea un legame silenzioso tra madre e figlio, che continua anche dopo la morte.
Mentre aspetto, mi è venuta in mente una bellissima poesia di René Char:
Per le strade della città c’è il mio amore.
Poco importa dove egli vada nel tempo diviso.
Non è più il mio amore,
ognuno può parlarci.
Non rammenta più chi esattamente l’ama
e lo illumina da lontano
affinchè non cada…”
Sicuramente il poeta non parlava di un figlio adolescente, ma questa è la mia immagine, mentre osservo il mio ragazzo crescere e trovare la sua strada.
Lentamente lascerà la mia mano; sarà lui a decidere come e quando, e io dovrò adattarmi.
I suoi occhi guarderanno altrove, ma i miei resteranno fissi su di lui,
cercherò di illuminargli la strada e di proteggerlo da lontano.
Un po’ come adesso, mentre lo spio dalla vetrata.
Permettimi ancora di indugiare sugli scalini di questa scuola, Mondo,
perdonami se sono orgogliosa e commossa nel vedere lui diventare adulto.
Verrà il giorno in cui lascerà la mia mano, ed io dovrò lasciarlo andare.

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