Il misfatto
Durante un incontro promosso da Confartigianato Vicenza, il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti ha aspramente criticato l’aumento delle certificazioni per i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), suscitando molte reazioni. Secondo Galimberti, la scuola elementare sta diventando una sorta di clinica psichiatrica, dove quasi ogni bambino viene etichettato come dislessico, disgrafico, discalculico, asperger o addirittura autistico. Egli sostiene che questo fenomeno non risponda a reali difficoltà di apprendimento, ma sia il risultato della tendenza dei genitori a cercare percorsi facilitati per i propri figli – una “strada dell’ignoranza, purché siano promossi”.
Durante l’evento, il filosofo ha denunciato quella che definisce una medicalizzazione eccessiva della scuola, sottolineando che, in passato, le differenze nelle capacità di apprendimento venivano affrontate in modo naturale, senza ricorrere a diagnosi cliniche che oggi sembrano predominare. Pur essendo una visione provocatoria, il suo intento è stimolare una riflessione profonda sulle diagnosi, sul sistema scolastico e sull’insegnamento.
È importante, tuttavia, non incolpare esclusivamente i genitori.
Il ruolo della legge e il contesto attuale
La Legge 170 del 2010 rappresenta il riferimento normativo per i DSA in Italia, garantendo il diritto allo studio degli alunni con queste difficoltà attraverso misure compensative e dispensative. Se tale normativa è stata introdotta, forse i casi sono effettivamente tali da richiedere interventi che vadano oltre un approccio “naturale”.
Se, invece, avesse ragione Galimberti, vorrebbe dire che molte delle certificazioni redatte da neuropsichiatri dell’Azienda Sanitaria sarebbero fasulle, basate sul nulla. Considerato che da queste certificazioni, a volte discendono esenzioni e contributi, sarebbe sorprendente che la Sanità conceda agevolazioni così facilmente.
Una “volta non si faceva” perché una volta non si sapeva.
Ora si sa ed addirittura c’è una norma che cerca di dare una disciplina organica.
Un tempo i ragazzi venivano etichettati semplicemente come stupidi, ritardati o disadattati. Oggi hanno maggiori possibilità di essere compresi e indirizzati lungo percorsi di studio personalizzati, che li aiutino a diventare adulti indipendenti e consapevoli.
Dobbiamo imparare dal passato, ma non tutto quello che viene dal passato deve essere preso come esempio.
Un tempo non si andava nemmeno dallo psicologo o dall’analista – ed è facile notare quanti frustrati e squilibrati delle nostre generazioni si trovino per strada. Forse, se tale pratica fosse stata più diffusa, oggi non avremmo insegnanti, capi reparto, istruttori o addirittura genitori “fuori piombo”.
Ai tempi di Galimberti, le maestre bacchettavano sulle mani e i genitori potevano persino prendere a cinghiate i figli. Comportamenti oggi universalmente condannati.
E vogliamo ricordare quanti mancini sono stati costretti a scrivere con la destra, perché la mano sinistra era considerata la “mano del diavolo”?
Senza certificazioni ho preso la maturità classica, mi sono laureata, sono diventata commercialista. Ho perfino fatto un master in diritto tributario.
Tutto ciò non senza umiliazioni; Galimberti sa cosa significhi non sentirsi mai all’altezza, sempre inadeguati, sempre fuori dal coro?
Sa cosa significhi essere perennemente giudicati a volte aggrediti, solo perché non si capisce al volo il ragionamento, o perché ci si impiega un po’ più degli altri a rispondere? Isolati e presi in giro dai coetanei?
Io l’ho provato sulla pelle mia e dei miei figli.
Critica al sistema scolastico
Non è bene generalizzare, ma visto che Galimberti lo fa per primo, lo faccio anche io.
Il vero problema non sono le famiglie, ma una scuola che delega loro l’istruzione dei bambini che non riescono a stare al passo.
Una scuola in cui gli insegnanti spesso non sono aggiornati o adeguatamente formati.
Una scuola in cui gli insegnanti, senza una certificazione specifica, hanno scarsi margini di manovra.
Una scuola il cui termine “inclusiva” viene utilizzato a vuoto, senza una reale comprensione del suo significato.
Il percorso verso la certificazione
Immaginiamo il percorso tipico: se un bambino alle elementari mostra difficoltà, le maestre avvisano i genitori, che possono rivolgersi all’Azienda Sanitaria o, in centri accreditati, per approfondire la situazione con specifici test.
Nel frattempo, il bambino annaspa, la sua autostima crolla e andare a scuola diventa un incubo. Gli insegnanti, impossibilitati a gestire la situazione in assenza di una diagnosi, affermano: “Non possiamo aspettare suo figlio; abbiamo un programma da seguire e non abbiamo solo lui in classe”.
Così, il genitore attento – nell’attesa dei test del neuropsichiatra – si improvvisa docente a casa, cercando di aiutare il figlio a stare al passo.
Questo, però, può alle volte fare ancora più danni: il genitore, che non si capacita che il figlio non riesca a leggere le sillabe, mentre gli altri compagni leggono parole intere, ricorre a disciplina e ad ore di potenziamento.
Il bambino intanto piange. È fortunato chi riesce a manifestare la propria angoscia. Altri, invece, la tengono dentro, soffrendo in silenzio per la paura di non essere compresi, accettati o amati.
Quando arriva la certificazione, il genitore tira un sospiro di sollievo; ora cambierà tutto.
Non è vero, perché gli insegnanti non sanno leggere le diagnosi e non sanno applicare le misure di sostegno.
Ma non si possono colpevolizzare troppo gli insegnanti, se non sono stati formati a questo cambiamento, e se si trovano a dover gestire classi enormi con sempre meno risorse.
“Non riusciamo a stare dietro a suo figlio, perché come suo figlio ce ne sono altri 3 che però non sono certificati, ma hanno comunque bisogno di aiuto.”
Infatti, in classi di 25 alunni è facile trovare almeno due o tre studenti con certificazioni in base alla legge 170 oppure alla 104. Ma pare che ce ne siano altrettanti bisognosi delle stesse certificazioni, ma i cui genitori per le ragioni diverse hanno rifiutato di intraprendere il percorso.
Posso raccontare innumerevoli episodi di genitori che si sentono abbandonati o non compresi dal sistema scolastico.
Questi genitori chiedono solo che venga garantito il diritto allo studio in un ambiente che rispetti i tempi individuali e valorizzi le capacità, anziché focalizzarsi sui limiti.
Vogliono che i loro figli crescano sereni e diventino adulti autonomi ed equilibrati.
C’è un aforisma popolare, spesso attribuito ad Albert Einstein, che recita:
Tutti sono geni. Ma se giudichi un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi su un albero, passerà tutta la vita credendosi stupido.
Questo detto riassume il funzionamento del sistema scolastico italiano, che adotta un metodo adatto alla media, ma non a tutti. Chi non si adatta a questo modello o fatica a rientrare nella media viene emarginato. Sarebbe invece necessario un sistema che esalti le peculiarità e i talenti di ciascun studente, piuttosto che imporre standard univoci.
Si tratta di promuovere una cultura dell’insegnamento che parta dalle Università, continui con corsi di formazione e aggiornamento e fornisca agli insegnanti gli strumenti adeguati per rispondere alle nuove esigenze didattiche.
Sono consapevole che insegnanti e genitori sono spesso le categorie più criticate in questo dibattito. Tuttavia, nella mia esperienza di studentessa e di genitore, ho incontrato sia insegnanti all’avanguardia e volenterosi, sia altri completamente sordi alle nuove esigenze. Per questo motivo, credo sia necessario un processo culturale in atto, che formi insegnanti capaci e fornisca loro anche le risorse necessarie.
In un mondo dove il genitore viene spesso dipinto come il diseducatore per eccellenza, io voglio essere la voce di quei genitori che, prima di intraprendere certi percorsi, si sono messi per primi in discussione.
Genitori che lottano affinché i figli possano crescere sereni, fare esperienze e diventare adulti indipendenti ed equilibrati.
Affinchè “diverso” sia semplicemente diverso, e non per questo inferiore.

Lascia un commento