E tu, chi sei?

Ofelia, 4 anni, un cappello a scacchetti rosa pallido e occhiali da sole giganti. Giocava nella sabbiera del parco: riempiva e svuotava i barattoli dello yogurt senza sosta. E senza sosta riempiva di domande Maria Rosa, l’amica di sempre della sua cara nonna.

Ma tu sei una mamma? Hai bambini piccoli?

– No, Ofelia; io non ho bambini, né piccoli né grandi.

– Ma tu hai la mamma?

– No, non ho nemmeno la mamma…

Rispose Maria Rosa un po’ spazientita.

– E un papà?

– No

– E i nonni?

– Noooo

– Nemmeno i nonni???

Ofelia era stupita, mentre Maria Rosa era esasperata.

No, Ofelia, nemmeno i nonni! Sono sola! Non ho nessuno. E poi ho sessant’anni, quanti anni avrebbero ormai i miei nonni…

Maria Rosa aveva visto esaurirsi la sua pazienza in pochi minuti. Quella minuscola bambina, tanto piccola quanto intelligente, era riuscita con la sua semplicità a colpire nel segno.

Durante la vita, spesso tendiamo a dare più importanza ai nostri ruoli che al nostro essere. Chi siamo noi? Siamo genitori, figli, nipoti, zii… direttori, professori… A volte è più importante il ruolo, il contorno, rispetto alla sostanza. E se per caso un ruolo non ce l’hai? Non sei niente?

Ofelia, ovviamente, era lontana da questi ragionamenti. Il suo mondo era fatto di nonni, mamme, papà, fratelli; impossibile pensare a un mondo senza.

In realtà, Ofelia, non è vero che sono sola. Mi sono sposata da poco, lo sai?

Ofelia la guardò da sotto gli occhiali, sollevata.

E mio marito ha tre figlie grandi.

– E quindi sei una moglie! E sei anche una mamma…

Non proprio; loro la mamma ce l’hanno già. O meglio, l’hanno avuta, e non sono io. Io sono…

Si fermò un attimo a pensare su come proseguire, pentendosi di aver iniziato un discorso così complesso con una bambina.

Tu chi sei?

La incalzava insistentemente la bambina.

Io sono… io sono una matrigna.

Eccola là, caduta nell’inganno di darsi un ruolo: “moglie di…” e “matrigna di…”. Ma così almeno poteva dire di non essere sola.

Questa definizione, però, non diede il risultato sperato, anzi, al contrario: Ofelia scoppiò in un pianto incontrollato.

Non è possibile! Non può essere! Tu non sei una matrigna… io non voglio… io non voglio che tu sia una matrigna…

A Maria Rosa sfuggiva il ragionamento della bambina e, cercando di consolarla, insisteva:

Ofelia, si dice così, matrigna. Io sono una matrigna… una specie di mamma. Sono una matrigna.

No, no, non voglio! Non può essere…

Singhiozzava la bambina.

Le matrigne sono brutte e cattive! Tu sei bella e buona, non voglio che diventi brutta e cattiva!

La famosa “kalokagathìa”, degli antichi Greci è divenuta archetipo.

Se sei bella sei buona; se sei brutta, sei cattiva.

L’immagine era proprio comica.

Da una parte la bambina che pestava i piedi e si opponeva alle rigide regole sociali, per cui se sei matrigna devi per forza essere cattiva;.

Dall’altra la donna adulta che pestava i piedi con altrettanta veemenza, opponendosi ai dettami sociali per cui da adulta devi per forza essere madre o nonna di qualcuno.

Tutto ciò accadeva 25 anni fa, ma ancora oggi noi donne molto spesso siamo:

figlia di, moglie di, mamma di…

Fino a una certa età siamo signorine, poi diventiamo signore. E non conta se siamo dottoresse, avvocatesse, ingegnere, architette, veterinarie.

In tutto ciò, adoro mio figlio piccolo.

Quando il fratello maggiore lo sgrida e gli dice: “Ma sei scemo????”

Lui, con forza e determinazione, risponde: “No, io sono Francesco!!!!”

Rido per la sua battuta e per la sua spiritosaggine, poi lo bacio e gli dico:

“Hai ragione, tesoro! Tu sei Francesco, e non serve altro.”

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