La coda consapevole

“è il viaggio che conta, non la meta” – T.S. Eliot

I primi giorni di primavera, con i primi ponti, portano tante persone sul Lago di Garda. E con loro iniziano le interminabili code: dal venerdì sera fino a tutta la domenica. I residenti accorti, se non costretti per lavoro, si muovono a piedi o in bicicletta. Guardano perplessi il serpentone di macchine immobili sotto il sole. Ma dove andranno? Perché non si fermano da qualche parte? Esiste davvero una partenza intelligente per o dal Lago?

Quando ero sposata con il mio primo marito, “l’ingegnere”, e abitavamo a Milano, pianificavamo – invano – la nostra partenza intelligente. O meglio: era la sua partenza intelligente, io ero al seguito come un bagaglio a mano, senza potere decisionale. Si partiva da Milano il venerdì sera e si rientrava la domenica… con l’illusione di evitare il traffico.

Per me erano i momenti più brutti della settimana. Il venerdì sera, perché a qualsiasi ora partissimo, finivamo comunque bloccati in tangenziale o in autostrada. Costretti in macchina, in un clima di nervosismo e scazzo. Il ritorno, poi, era ancora peggio: ci rovinavamo mezza domenica di sole, partendo a mezzogiorno – massimo alle due – per poi trovarci comunque fermi già da Peschiera. Con un umore ancora peggiore dell’andata: perché era domenica, per il traffico, e perché vivevamo a Milano.

In quei frangenti mi sentivo come Magda, in Bianco, Rosso e Verdone. Mio mio marito era invece, la versione più moderna e meno serena di Furio. Studiava con attenzione orari, stradari, temperatura dell’aria, umidità, direzione del vento… e poi si partiva. Immancabilmente, ci ritrovavamo bloccati nel traffico, nonostante tutto. Non avevamo figli, ma la presenza di Antongiulio e AntonLuca che saltavano sui sedili dietro, io la sentivo comunque.

Quando ci siamo separati, la prima cosa che ho decretato – con linguaggio fantozziano – è stata: “La partenza intelligente è una cagata pazzesca.”

Così ho cominciato a partire quando più mi faceva comodo. Ho iniziato a vivere le mie domeniche fino in fondo. Con l’assoluta certezza che, a qualsiasi ora del giorno o della notte, una coda mi avrebbe comunque atteso in tangenziale est. Ma con una nuova consapevolezza: che il viaggio è parte della vacanza, e non solo un fastidio da subire prima della meta.

Ho cercato di rendere le attese più piacevoli con la musica.

Ho imparato a uscire prima dall’autostrada cercando percorsi alternativi… non tanto per accorciare il tragitto, quanto per godermi il paesaggio che la campagna ti regala.

Ho spezzato i viaggi fermandomi a mangiare in posti nuovi, anche sconosciuti.
Non è che con ciò siano diminuiti gli inconvenienti del viaggio: ho solo imparato ad affrontarli in modo differente, al punto che durante i pranzi familiari, i racconti dei nostri viaggi hanno sostituito le barzellette.
“Mamma mamma, racconta di quando ci siamo persi la nonna in autostrada…”
E tutti a ridere, anche la nonna smarrita – ma poi ritrovata.

Ho imparato ad accogliere il tempo del tragitto come tempo vivo, e non tempo perso.

Col tempo, questa cosa è diventata uno stile di vita. Una filosofia.
La citazione di Thomas Stearns Eliot è diventata mia: “Conta il viaggio, non la meta.”
Forse sì, conta anche dove arriviamo. Ma conta ancor più come ci arriviamo.
Smettere di correre verso qualcosa, sempre proiettati in avanti, convinti che la felicità stia altrove, più in là, più in là ancora. Fuori da noi.

Ho iniziato a stare dove sono. A guardare il panorama dai finestrini, a chiacchierare con chi ho accanto. A non maledire le code, ma a prenderle come occasione per rallentare. Per respirare. Per osservare.

Perché, a ben pensarci, la vita è tutta lì: nel mezzo.
Non sta nella vetta, nella spiaggia bianca, nella domenica perfetta.
Sta nei tragitti. Nei ritardi. Nei piccoli fuori programma.
Nelle chiacchiere in auto. Nel panino preso all’autogrill.
Nelle canzoni stonate cantate a squarciagola.
Nella risata venuta fuori mentre si cerca di non perdere la pazienza.

Ora vivo lontana dalla metropoli, con ritmi molto diversi. La macchina non la prendo quasi mai.
Lavorando anche nel turismo, quando il Lago si riempie, io lavoro. E per noi residenti, in quei giorni, c’è un imperativo categorico: la macchina non si prende!

Nei momenti di pausa, alzo lo sguardo dal pc e guardo le persone in coda.
Come staranno, tutte quelle persone chiuse negli abitacoli?
Saranno in grado di parlarsi, o si sentiranno schiacciati da un silenzio in cui ogni argomento è già stato consumato?
Staranno discutendo? Oppure ridendo, pensando alla meravigliosa giornata trascorsa insieme?

Anche loro avranno imparato a godersi il viaggio?
Oppure stanno ancora aspettando di aver raggiunto la meta, per sentirsi vivi?

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