Adolescenza: istruzioni non ancora pervenute

Io i figli li ho fatti abbastanza tardi, rispetto ai miei amici.

E chi li ha della stessa età dei miei, vive a mille chilometri di distanza. Oppure ha figlie femmine — notoriamente più sveglie, precoci e articolate dei miei due maschi un po’ tontoloni.

Quindi no, non ho grandi termini di paragone per affrontare questa fase chiamata adolescenza.

Adolescenza!

È una parola tremenda, incute timore, suona come una minaccia.
Per un genitore è peggio delle dieci piaghe d’Egitto.

Ma non sai com’è davvero finché non ci sei invischiato dentro.
E quando ci sei dentro, non puoi più tornare indietro.
Non puoi restituire i tuoi figli al mittente per mancato superamento del periodo di prova.
Il mittente sei tu.
Li hai fatti, e te li tieni.

Ho sentito commenti inquietanti.
Tipo: “È come avere uno sconosciuto in casa.”
Oppure: “Ogni giorno è una guerra, si discute per tutto.”
Il mio preferito: “Speriamo che passi presto”, pronunciato a testa china con fare rassegnato.

Perché diciamocelo: ai genitori piace tanto vantarsi dei propri figli.
Sono tutti geni a scuola, campioni nello sport, creativi, brillanti.
Avete mai sentito qualcuno dire “Mio figlio è una schiappa”?
Forse solo in rarissimi casi… e comunque mai ad alta voce.

Della mia adolescenza ricordo poco — amnesia selettiva, credo.
E fortunatamente non ci sono testimoni viventi che possano smentirmi o ricordarmi quanto fossi insopportabile.

Dicono che il cambiamento sia improvviso.
Ed effettivamente…

L’altro giorno ero in macchina con mio figlio.
Di solito, i tragitti in auto — lunghi o brevi — sono i nostri momenti.
Il nostro confessionale.
Parliamo di tutto.
Soprattutto quando non c’è il fratello piccolo a interrompere o criticare.

Invece, questa volta: silenzio cosmico.

Faccio qualche tentativo: domande leggere, commenti sul paesaggio, le solite cose.
Niente.

Poi arriva la risposta:

“Mamma, sono stanco. Non ho voglia di parlare.”

Silenzio di nuovo.
Mi giro a guardarlo, per essere sicura di non aver fatto salire un altro ragazzo per sbaglio.
Effettivamente si tratta di lui.
Lo stesso con cui, solo qualche settimana fa, parlavamo dell’immortalità dell’anima.
Lo stesso che ogni dieci minuti mi ricordava che mi voleva bene.
Lui. Proprio lui.
Non vuole parlare con me.

Ora l’unico argomento possibile è il calcio.
E io, sul calcio, sono tagliata fuori in modo definitivo.
Per fortuna c’è suo padre, che tra calcio e tennis riesce a tenere aperti i canali di comunicazione.

E io?
Ho avuto un attimo di panico.

“Eccola. Sta arrivando.”
“Sta arrivando cosa?” — mi strattona l’altro emisfero del cervello.
“L’adolescenza! Ecco i primi sintomi.”

Ad un certo punto, Giorgio biascica qualcosa.
Non parla: biascica.
Altra novità: l’adolescente non articola frasi compiute, boffonchia.
È proprio cambiato il linguaggio: esiste la lingua dell’adolescente.

E a me non si spiega come possano prendere 5 in inglese o in tedesco, non sapere ancora usare l’italiano in modo corretto (con tutte le h al loro posto), però essere bravissimi in questo nuovo vocabolario:

  • “Sciallo bro”
  • Spacca!
  • Domani skippo scienze!
  • Che roba da boomers!
  • Zio, sei gringe!

È tutto molto nuovo per me, che sono rimasta a:

“Non mi hai fatto niente, faccia di serpente”.

Tento di decodificare. Niente.

Faccio un paio di domande per circoscrivere la questione.
Risposta:

“Mamma, lascia perdere. Non puoi capire.”

Lì ho avuto un’alternanza di sentimenti contrastanti.
Da un lato, ho sentito il suo sentirsi incompreso come un fendente dritto al cuore. Cuore di mamma.
Dall’altro, ho pensato:

“Non posso capire??? Io non ti capisco??? Ma se vivo in tua funzione! Il mio mondo ruota attorno a te!”

Ho trattenuto l’istinto di schiacciargli la testa sul finestrino e urlare:

“Non è che non capisco, sei tu che hai cambiato connessione!”

Mi son fermata in tempo. Ho alzato il volume della radio.

Mi sono mandata anche un promemoria mentale: “ricordati di andare al supermercato da sola!”

Dopo un po’, sento la sua mano sulla mia. Mi sta accarezzando.
Biascica una frase che non comprendo, ma questa volta non chiedo spiegazioni.
Lo guardo.
E dallo specchietto retrovisore sbircio anche i sedili dietro.

“Cosa cerchi, ma’?”
“Sto cercando dove si è seduto l’altro.”
“L’altro chi?”
“L’altro te, quello che si sente poco capito dalla madre.”

Incredibilmente capisce la mia ironia e non mi sgozza.
Anzi, ride.

“Sono sempre io, ma’.”
“Anche io, amore. Sono sempre io.”

Una cosa ti raccomando, cuore di mamma:
quando a tua volta sarai padre di adolescenti tieni a mente i tuoi sbalzi d’umore di questo periodo e rivaluta tua madre.
Trattieni la battuta e piuttosto, alza il volume.
Tanto, prima o poi… tutto passa.

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