Come tutte le mattine, Minu si trasferisce in camera da letto per riprendere la sua parte di sonno, interrotta dai ragazzi che si sono svegliati e stanno facendo colazione in soggiorno.
La camera è silenziosa, inondata dal sole; e lei si sdraia lì, ai piedi del letto, sui vestiti che ho preparato per andare a lavorare.
Come tutte le mattine, entro in camera per vestirmi e lei mi guarda infastidita, perché la sto distogliendo dalla sua attività preferita.
Di solito sono molto premurosa e ben mi guardo dal disturbarla troppo; ho addirittura imparato a sfilare i vestiti da sotto la pancia che nemmeno Arsenio Lupin…
Ma oggi sono di fretta. E molto, ma molto nervosa.
Uno di quei giorni in cui anche la persona più peace and love, come me, è in cerca di rissa.
“Minu, è inutile che mi guardi così: sono tre anni che vivi in questa casa e tre anni che dormi sui miei vestiti quando devo andare a lavorare. Lo capirai una buona volta che sei nel posto e nel momento sbagliato?”
Un discorso così lungo… a un gatto.
Eppure lei mi ascolta. O almeno, sembra farlo.
Sbadiglia a bocca larga, allunga le zampine e sembra dire: “Bello il tuo maglione di cashmere, è nuovo? Aspetta che lo impasto un po’ con le unghie.”
Lo so benissimo che questa è una semplice proiezione nella mia testa; eppure tanto basta per risponderle: “Oggi non mi provocare…”
Il tono della voce è abbastanza alto, per cui Stefano apre la porta del bagno, con la faccia ancora insaponata dalla schiuma da barba.
“Ce l’hai con me? Cosa ho fatto?”
“Ma cosa c’entri tu? Sto parlando con il gatto!”
“Ma stai bene?”
“Evidentemente non troppo!”
Recupero velocemente i vestiti, indosso la giacca, prendo il guinzaglio e chiamo Tosca:
“Forza Tosca, oggi sono in ritardo, dobbiamo andare.”
Tosca, inciampandosi sulle lunghe orecchie, ruzzola giù dal divano ma in pochi secondi è pronta davanti alla porta.
Quando mamma chiama, Tosca risponde.
La camminata mattutina con Tosca è molto silenziosa: venti minuti di passo svelto mentre lei annusa ogni traccia; poi veloce caffè al bar… e dieci minuti sedute, abbracciate sui sassi, a guardare il lago.
Ho l’inferno dentro, un misto di dolore e rabbia che mi scombussolano l’anima.
Un po’ come quelle onde provocate dal traghetto che si infrangono sugli scogli.
Alzo il bavero della giacca per ripararmi dal vento e abbraccio il mio cane.
Restiamo immobili ed intanto penso.
Noi “animalari” lo sappiamo benissimo: per comunicare con i nostri animali bastano pochi comandi basilari.
Non servono tutti quei discorsi come facciamo tra esseri umani.
In realtà, tra esseri umani, a volte non ci si capisce né con il cuore, né con i comandi, né con discorsi iperbolici.
Cos’è che rende così forte il legame tra uomo e animale?
Credo sia proprio la loro presenza.
Semplicemente ci sono.
Sono presenti, senza farti pesare nulla; ti amano per quello che sei, senza giudizio.
Oddio, i gatti a volte hanno uno sguardo giudicante, ma forse è un’ulteriore umanizzazione che affibbiamo loro.
Perché mentre noi esseri umani passiamo il tempo a giustificarci, spiegare, accusare, difenderci… gli animali semplicemente sono.
Ti accolgono o ti ignorano, ti amano o ti lasciano stare, ma senza mai mentire.
Non recitano, non fingono comprensione, non fanno finta di non averti sentito.
Soprattutto, non ti tradiscono.
Non sminuiscono il tuo dolore: si stendono accanto a te e aspettano che tutto passi.
Forse è proprio questo il loro segreto: sanno stare.
Nel silenzio, nella noia, nel dolore e nella gioia.
Non cercano di cambiare le cose — le vivono, e basta.
E forse è proprio per questa ragione che abbiamo bisogno di loro.
Noi esseri umani siamo competitivi, arroganti, incapaci di smettere di giudicare o di paragonare.
Anche quando vogliamo stare vicini a un amico per aiutarlo, non riusciamo a esimerci dal giudizio o dal commento.
Dovremmo imparare un po’ di più dai nostri amici a quattro zampe:
smettere di parlare, di spiegare, di giustificare, di sminuire, di giudicare, di criticare.
Dovremmo semplicemente tornare a respirare.
Quando torno a casa la sera, Minu è di nuovo lì, sul letto.
Questa volta arrotolata sul mio pigiama.
Alzo gli occhi al cielo, pronta a protestare… ma poi la guardo mentre dorme: serena, calda, viva.
E capisco che, in fondo, è questo che dovrei fare anch’io.
Smettere di correre, di arrabbiarmi, di voler aggiustare tutto.
Dovrei semplicemente… esserci.

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