Ci troviamo in cucina.
Lei riempie la lavastoviglie.
Io sono seduta in un angolo, con le gambe raccolte sulla sedia e un bicchiere di vino tra le mani.
Chiacchieriamo.
Io annuisco, commento, sorrido.
Ma a un certo punto mi perdo.
Resto assorta nel mio bicchiere.
Lo guardo controluce, come fanno quelli bravi.
Lo faccio roteare piano, con un gesto che dovrebbe darmi competenza.
E mi viene un pensiero improvviso, con un senso di vergona:
Che peccato, non ho guardato l’etichetta.
Che vino sto bevendo?
Buono è buono.
Questo lo so.
Ma per quale misterioso motivo mi sono iscritta a un corso di degustazione vini se poi so distinguere solo il rosso dal bianco e il fermo dal mosso?
Mi piace.
Fine dell’analisi sensoriale.
Posso fare di meglio.
È rosso.
Dai, uno sforzo in più.
A vedere gli archetti ampi che scivolano lentamente dal calice, ha una discreta gradazione alcolica.
Sono quasi certa che non è un Chianti.
Continuo a ragionare, rapita dal ballon, mentre sento in lontananza lei che continua a parlare.
Chiude la lavastoviglie con slancio e…
“… Papa Francesco.”
Mi ridesto dai miei pensieri e la guardo.
“Sì, io la penso come Papa Francesco.”
Sgrano gli occhi. Devo essermi persa qualcosa.
E l’argomento potrebbe essere ancora più complesso dell’analisi del vino.
“Francesco diceva: il vostro compito è costruire ponti, non muri. E io la penso come lui.”
Sgrano di nuovo gli occhi.
Come siamo passate dagli abiti alla moda a Papa Francesco?
Annuisco.
Sì, è vero. Non dobbiamo costruire muri.
Ma io, questa volta, qualcuno dal ponte lo butto giù.
“Cosa intendi?”
Non lo so. Usa la metafora che preferisci.
Tagliare i rami secchi.
Buttare giù dal ponte.
Fare pulizia.
Non voglio più condividere il mio tempo con persone che non meritano.
Rispetto le scelte di tutti.
Ma devono essere rispettate anche le mie.
Non scendo più a compromessi.
“Ma perché dici così? Ti è successo tante volte di restare delusa dalle persone, ma ti sei sempre rialzata. Hai sempre perdonato e dimenticato.”
Il perdono non c’entra.
Ma non si può dimenticare.
Forse una volta sapevo di avere tutta la vita davanti.
Ora quel “tutta la vita” suona come uno spazio temporale finito.
E nemmeno troppo lungo.
Non ho più un tempo infinito per reinventarmi e ricominciare da capo.
“Che cazzo stai dicendo?”
Forse niente.
Forse sono stata delusa una volta di troppo.
La famosa goccia che fa traboccare il vaso.
Hai ragione: non ha senso discutere, litigare, creare conflitti.
Ce ne sono già abbastanza.
Ma non ha senso nemmeno continuare a perdere tempo a giustificare tutto e tutti.
A un certo punto si impara a scegliere.
E il silenzio e la distanza, non sono un muro.
Sono quello che sono.
Il più bel regalo che posso farmi adesso.
Appoggio il bicchiere sul tavolo.
Non ho ancora capito che vino sia.
Ma so benissimo che cosa non voglio più bere.
Buona notte, amica mia.
È ora di andare.

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