Siamo in macchina.
Stefano guida, io seduta accanto. Silenzio.
A un certo punto mi vede gesticolare animosamente. Occhi sgranati, espressioni mutevoli, come se stessi litigando con qualcuno. Solo che siamo da soli.
“A cosa stai pensando?“, chiede lui.
“A niente“, rispondo io, onestamente.
Perché è vero: nel preciso istante in cui mi ha parlato, ha interrotto il mio flusso di pensieri.
“Ma a cosa stavi pensando prima?“
“Non me lo ricordo.”
Lo vedo con la coda dell’occhio: scuote la testa e sospira.
Ormai è convinto di aver sposato una marziana.
Io torno nel silenzio e riprendo da dove avevo lasciato.
Riunione spinosa al lavoro: lui dirà, io risponderò, poi lui rilancerà e allora io…
Nel frattempo, nel retro del cervello: le verifiche dei ragazzi, appuntamenti dal dentista, chi va a prendere chi, che cavolo cucino domani, è finita la carta forno, oddio il regalo per la festa di compleanno, appuntamento dal parrucchiere.
Tutto insieme.
Quel niente di prima, era tutto questo.
E quante volte mi trovo dall’altra parte della città, oppure salto l’uscita dell’autostrada, perché assorta nei pensieri e nell’organizzazione mentale?
Mai successo a voi?
✋ Alzi la mano chi non lo fa:
• stilare la lista della spesa seguendo l’ordine delle corsie del supermercato;
• prendere i numerini di attesa per il banco dei freschi e della carne contemporaneamente, e poi correre random da un punto all’altro per ottimizzare i tempi morti;
• alla cassa suddividere la merce acquistata nei sacchetti sulla base delle zone di casa dove andrà poi riposta;
• alle udienze generali, nei corridoi della scuola, studiare le differenti code tra un professore e l’altro, e pianificare il percorso ideale;
• svolgere parecchie mansioni nell’arco della giornata, risolvere diverse questioni spinose, ed arrivare a sera non ricordandosi di cosa si è fatto; come se non si fosse fatto nulla tutto il giorno.
Il carico mentale
Si chiama così, carico mentale.
Ed è una prerogativa di molte di noi.
È un peso invisibile, ma costante.
È il pensiero dietro l’organizzazione di tutto.
È la testa che non si spegne mai, nemmeno di notte, nemmeno sotto la doccia (anzi, soprattutto lì).
È un po’ come essere un project manager h24.
Anche quando c’è un compagno (bravo, presente, collaborativo), la regia mentale spesso resta nelle nostre mani.
E ci sentiamo in prima linea. Sempre.
E quando qualcosa sfugge o va storto, zac! Scatta il senso di colpa.
Perché vorremmo fare tutto, bene, e possibilmente anche col sorriso.
Non è solo il carico di mansioni.
È il peso dell’organizzazione.
È la responsabilità cucita addosso, che ad un certo punto schiaccia ed annulla.
Abbiamo imparato a improvvisare e vivere alla giornata, ma in realtà pianifichiamo la cena e i regali di Natale nel minimo dettaglio già due mesi prima.
Questo ci fa credere di avere il controllo della situazione.
Ma ci sbagliamo.
Le tre donne
In questo mondo pieno di incastri e corse, ho imparato che esistono tre tipi di donne:
1. La donna col carico mentale
Gestisce almeno tre agende contemporaneamente; non dice mai di no.
Anticipa gli imprevisti, ha almeno tre piani di riserva e un sesto senso attivo h24.
Sa dilatare il tempo e lo spazio ed ha almeno quattro mani.
Se c’è un problema, lei è sempre lì.
Ma spesso è sola, perché non sa chiedere aiuto.
O peggio, quando lo chiede, nessuno la ascolta davvero.
2. La donna che si è salvata
A un certo punto ha imparato a dire di no. A non voler essere ovunque.
Ha smesso di cercare la perfezione e si è data il permesso di respirare.
Vorremmo tutte imparare da lei, ma c’è una voce interna che dice:
“Non è ancora il momento”.
3. La donna immune
Quella che è nata con il “no” nel DNA: generalmente appartiene alla penultima generazione.
Lei sa cosa vuole, cosa non vuole, e soprattutto quanto vale il suo tempo.
È cresciuta così, con confini sani e spazio mentale ben custodito.
Se le chiedi una cosa, prima di rispondere prende fiato.
E tu intuisci già che sarà “no”.
E va bene così.
Ma chi aiuta chi?
La verità, un po’ triste, è che la donna col carico mentale viene aiutata solo da chi è come lei.
Perché solo chi vive quella centrifuga continua può capire quanto ci si sente sole quando si chiede aiuto… e non arriva nessuno.
Le altre? Quelle “salve” o “immuni”?
Hanno altro da fare.
E se anche non avessero nulla, comunque non lo farebbero.
Sono famosi i loro:
• “ho visto solo ora il messaggio” (una nativa digitale che non vede i messaggi…?)
• “ma perché non chiedi a Tizio, Caio o Sempronio?” (…se lo sto chiedendo a te, ci sarà un motivo, no?)
E allora?
Allora no, non servono le lezioni spicce tipo “impara a dire di no” o “impara a delegare”.
Perché quella non è la sua natura.
Serve starle accanto.
Fare, senza aspettare che chieda.
Dirle che va bene anche se non è tutto perfetto.
Che è amata comunque. Forse proprio per quel suo modo di esserci sempre, anche quando è stanca, anche quando è rotta dentro.
Oppure, se proprio volete fare un regalo, chiamatela.
“Sto venendo a prenderti. Andiamo a fare un giro.”
Non sempre potrà rispondere, ma anche solo sentirselo dire, sentirsi vista, capita, alleggerisce.
Perché il carico mentale si riduce solo così: condividendolo, non spiegandolo.
E se siete anche voi come me…
Donne con la testa sempre piena e le mani sempre in movimento, ricordatevi ogni tanto che non dovete salvare il mondo ogni giorno (anche una volta alla settimana potrebbe essere sufficiente).
Che anche voi avete diritto di inciampare, di sbagliare orario, di comprare i pasti pronti e spacciarli per fatti in casa.
Ricordatevi che siete molto più di abbastanza, anche senza far quadrare tutto.
Anche quando rispondete “niente”, mentre dentro state facendo girare un universo intero su un dito solo.
E se per caso mi incontrate, ricordatelo anche a me… perché me lo sono dimenticata.

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