Domenica pomeriggio.
Sono appena tornata da una splendida gita in mountain bike con i miei figli e alcuni cari amici.
Sono precipitata sul divano.
Non ho la forza per alzare una falange. Non riesco ad alzarmi, non riesco quasi a tenere gli occhi aperti.
Sono letteralmente svuotata.
E mentre sono lì, spiaccicata sul divano, penso che una sensazione molto simile l’ho già provata.
Cinque anni fa.
Con una differenza sostanziale: quella volta avevo appena completato un ciclo durissimo di chemioterapia.
Ricordo perfettamente quella sensazione di sprofondare nel baratro. Quella stanchezza che non è semplicemente stanchezza. È come se il corpo non fosse più tuo, come se non ci fosse nessuna possibilità di reagire, nessuna energia a cui attingere per venirne fuori.
Oggi sono stanca morta dopo una gita in mountain bike.
Allora ero stanca morta per la chemio.
Sensazioni fisiche molto simili, ma situazioni completamente diverse.
Allora significavano “non ce la faccio più”, oggi significano “ce l’ho fatta”.
Oggi ci ho pensato tutto il giorno, mentre arrancavo sul sentiero della Ponale, sotto un sole spietatamente cocente.
Perché non è un segreto, io non sono mai stata portata per la fatica fisica, nemmeno da ragazzina.
Ricordo le mie gite in mountain bike di trent’anni fa.
Allora ero decisamente più forte, più muscolare, più allenata.
Ma le gite erano comunque sempre sproporzionate rispetto alle mie energie.
Pedalavo smadonnando metro per metro, tornante dopo tornante.
“Ma chi me l’ha fatto fare?”
E poi mi giravo con uno sguardo carico d’odio verso il mio compagno:
“Tu! Sei stato tu che mi hai portato qui! Tu e le tue curve di livello del cazzo. Ancora una volta mi hai fregato!”
Trent’anni dopo eccomi qui: con venti chili in più, per niente tonica e con un cancraccio maledetto sconfitto.
Con una vita troppo stressante, troppo piena e troppo disorganizzata per poter minimamente pensare ad un allenamento serio.
Eccomi che pedalo lungo la Ponale, verso la Valle di Ledro.
Non mi lamento.
Non impreco.
Non cerco qualcuno da incolpare per la salita.
Non guardo male nessuno.
Pedalo.
E mi godo la mia fatica.
Ogni pedalata è un piccolo grazie.
Grazie perché posso farlo.
Grazie perché sono qui.
Grazie perché posso sentire il caldo, il sudore, il fiatone, le gambe che protestano, il cuore che accelera.
Grazie perché sono viva.
Alzo gli occhi e guardo il paesaggio.
Il lago.
Le montagne.
La strada scavata nella roccia.
Quella meraviglia che ho dato per scontata mille volte e che oggi mi sembra nuova.
E ad ogni pedalata ringrazio.
Sento il vociare dei ragazzi.
I miei figli e gli amici che si sfidano sulla resistenza, che accelerano, ma anche che si aspettano e si aiutano, in un’atmosfera di allegria contagiosa.
Hanno persino il fiato per raccontarsi l’ultimo match di Sinner.
Io li ascolto e sorrido.
E ringrazio.
Perché quelle voci sono una delle cose più belle che potessi desiderare di sentire.
Arriviamo in cima.
Sono stanca.
Ma sono viva!
E poi incrocio lo sguardo di uno dei miei compagni di salita.
Con lui non c’è bisogno di tante spiegazioni.
A causa di un incidente ha passato l’inferno.
Un intervento dopo l’altro.
Ricostruzioni.
Dolore.
Paura.
Giorni difficili.
Mi racconta un po’ delle sue disavventure.
Io ascolto.
E mentre parla guardo i suoi occhi.
E nei suoi occhi riconosco la mia stessa luce, la mia stessa gratitudine.
Quella meravigliosa, incredibile consapevolezza che a volte arriva dopo aver attraversato l’inferno.
Ci guardiamo.
Siamo due sopravvissuti.
E la frase viene fuori quasi da sola.
“Sei vivo!”
Già.
Sei vivo.
E forse è tutto qui.
Forse dovremmo imparare a conservare meglio le sensazioni.
Non solo i ricordi visivi.
Le sensazioni.
Quelle belle.
Quelle che ci hanno fatto stare bene, che ci hanno fatto sentire completi, felici, incredibilmente fortunati.
Dovremmo metterle da parte, come si fa con le fotografie.
Conservarle.
Perché prima o poi inciamperemo in una giornata storta.
Una di quelle in cui tutto sembrerà troppo difficile per venirne fuori.
Una di quelle in cui ci sembrerà di essere di nuovo dentro quel baratro.
Ed è proprio allora che dovremmo poter chiudere gli occhi e tornare lì.
Su quella salita.
A quel respiro.
A quel paesaggio.
A quelle voci.
A quella sensazione di essere esattamente dove vogliamo essere.
Per ricordarci che siamo già stati felici.
Che siamo già stati bene.
Che abbiamo già provato quella sensazione di completezza.
E che possiamo tornarci.
Ma forse dovremmo conservare anche le sensazioni brutte.
La paura.
La fatica.
Il dolore.
La sensazione di non farcela.
Non per rimanere attaccati al passato e al dolore.
Ma per ricordarci, quando qualcosa di simile tornerà a bussare alla porta, che ci siamo già passati.
Che anche quella volta pensavamo di non farcela.
E invece ce l’abbiamo fatta.
Siamo caduti.
Ci siamo rialzati.
Abbiamo arrancato.
Abbiamo pianto.
Abbiamo avuto paura.
E siamo ancora qui.
Ancora capaci di pedalare.
Ancora capaci di guardare un paesaggio e pensare che è bellissimo.
Ancora capaci di ascoltare il vociare dei nostri figli mentre noi cerchiamo disperatamente di recuperare fiato.
Ancora capaci di dire grazie.
E allora, quando la vita ci presenterà la prossima salita, forse non sarà necessario chiedersi:
“Ma chi me l’ha fatto fare?”
Oppure:
“Perché a me?”
Forse basterà ricordarsi una cosa.
“Ci sei già passato. E sei vivo.”
E finché sei vivo, puoi ancora pedalare.

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